Consapevolezza
Hacking offensivo: perché i paesi occidentali sono riluttanti
Cos’è l’hacking offensivo?
L’hacking offensivo, chiamato anche “hacking back” o “hacking back”, consiste nell’attaccare attivamente i sistemi informatici degli avversari. Questo può coinvolgere stati, organizzazioni o gruppi criminali che portano avanti un attacco informatico. Mentre la cybersecurity difensiva si concentra sulla protezione e sul monitoraggio delle proprie reti, l’hacking offensivo mira a interrompere la fonte di un attacco, raccogliere informazioni o disabilitare i sistemi dell’avversario.
Esempi di azioni offensive includono la penetrazione di server per disabilitare malware, la distruzione di dati rubati o persino lo spegnimento di infrastrutture usate per lanciare attacchi informatici.
Perché la riluttanza in Occidente?
Sebbene la tecnologia sia disponibile, molti paesi e organizzazioni occidentali sono deliberatamente esitanti. Ci sono diverse ragioni per questo:
- Limiti giuridici: il diritto internazionale non è chiaro riguardo alla legalità delle operazioni di hacking back. Gli attacchi possono essere rapidamente visti come una violazione della sovranità o persino come un atto di guerra.
- Rischio di escalation: un hack offensivo potrebbe portare ad attacchi di ritorsione, ampliando o intensificando un conflitto.
- Danni collaterali: gli attacchi digitali sono spesso difficili da contenere. Un attacco contro il server di un criminale può colpire anche sistemi di terze parti innocenti, come i provider cloud usati da più clienti.
- Etica e reputazione: le democrazie occidentali vogliono presentarsi come stati che rispettano lo stato di diritto e i diritti umani. Le azioni offensive possono scontrarsi con quell’immagine.
- Complessità e attribuzione: è spesso difficile determinare con certezza chi ci sia dietro un attacco. Un hackback sbagliato può colpire parti innocenti.
Esempi di paesi che usano l’hacking offensivo
- Stati Uniti: gli USA hanno uno dei comandi di cybersecurity più avanzati al mondo. Lo U.S. Cyber Command conduce regolarmente operazioni offensive. Un esempio ben noto è Stuxnet (2010), un’operazione congiunta con Israele che ha sabotato gli impianti nucleari iraniani. Nel 2018, gli USA hanno annunciato di usare l’hacking offensivo anche contro le fabbriche di troll russe che cercavano di influenzare le elezioni.
- Israele: Israele è noto per le sue estese capacità cyber. Oltre alle misure difensive, impiega anche mezzi offensivi, spesso mirati a stati o gruppi ostili in Medio Oriente. La collaborazione con gli USA su Stuxnet è l’esempio più prominente, ma anche l’azienda NSO Group, produttrice dello spyware Pegasus, illustra come la tecnologia israeliana renda possibili capacità offensive.
- Regno Unito: il Regno Unito ha dichiarato esplicitamente, attraverso la sua National Cyber Force, che condurrà operazioni cyber offensive. Il loro obiettivo: indebolire digitalmente stati ostili, terroristi e gruppi della criminalità organizzata.
Come i Paesi Bassi affrontano tutto questo
Dal 2014 i Paesi Bassi hanno un Defense Cyber Command, che dispone di capacità cyber sia difensive che offensive. Tuttavia, la politica è prudente: i mezzi offensivi vengono impiegati solo in circostanze molto eccezionali, ad esempio in caso di un conflitto militare (potenziale).
Inoltre, il governo olandese sottolinea che l’hackback da parte di aziende private è vietato. Solo lo stato può usare tali mezzi, e sempre sotto controllo democratico. Il National Cyber Security Center (NCSC) e la Procura della Repubblica sottolineano la cooperazione, la condivisione delle informazioni e il perseguimento legale dei cybercriminali, piuttosto che la ritorsione digitale.
Come l’UE lo affronta
L’Unione Europea opta per un approccio multilaterale e giuridico. Invece dell’hacking offensivo da parte degli stati membri, l’UE si concentra su:
- Sanzioni contro stati, aziende o individui responsabili di attacchi informatici (ad esempio, contro hacker russi e cinesi).
- Cooperazione internazionale, come attraverso l’European Cybercrime Centre (EC3) di Europol.
- Legislazione e standard, inclusa la direttiva NIS2, che obbliga gli Stati membri ad aumentare la propria resilienza cyber.
L’UE considera l’hacking offensivo principalmente come un rischio di escalation e di minaccia allo stato di diritto internazionale. Pertanto, l’accento è posto sulla diplomazia, sulla pressione economica e sulla resilienza collettiva.
Argomenti a favore dell’hacking offensivo
- Deterrenza: chiarire che gli attacchi hanno conseguenze può scoraggiare stati o criminali.
- Protezione proattiva: disabilitare l’infrastruttura del malware può prevenire attacchi futuri.
- Velocità: in alcuni casi, l’azione offensiva può fornire protezione più rapidamente rispetto all’attesa di un’azione legale o diplomatica.
- Vantaggio di intelligence: penetrando nei sistemi ostili, si possono raccogliere dati e informazioni preziosi.
Argomenti contro l’hacking offensivo
- Diritto internazionale: non esiste una chiara base giuridica, il che significa che le operazioni di hack back operano in una zona grigia.
- Danni involontari: gli asset digitali possono diffondersi oltre il loro obiettivo originale.
- Escalation e ritorsione: ogni attacco può portare a un contrattacco, aggravando ulteriormente la situazione.
- Controllo democratico: le operazioni offensive sono spesso segrete, lasciando poco spazio al controllo parlamentare o pubblico.
- Alternative: la collaborazione con la polizia, i partner internazionali e gli strumenti giudiziari è spesso considerata più efficace e sostenibile.
Conclusione
L’hacking offensivo resta uno strumento controverso nel mondo digitale. I sostenitori lo vedono come necessario per combattere in modo proattivo gli attacchi e scoraggiare gli avversari. Gli oppositori, tuttavia, indicano i rischi giuridici, etici e pratici.
I Paesi Bassi e l’UE optano per la moderazione e la cooperazione internazionale. Questo approccio mira a combattere gli attacchi informatici senza il rischio di un’escalation incontrollata. Eppure, la domanda rimane: una postura completamente difensiva può fornire una protezione sufficiente in un mondo in cui gli attacchi informatici diventano sempre più complessi e aggressivi?